La scelta vegana · 07 settembre 2026
La rivoluzione plant-based in Asia: la strategia di Lever Foundation tra India e Thailandia
Mentre gli Stati Uniti frenano sulla transizione ecologica a tavola, invertendo la rotta e promuovendo la carne, l’Asia accelera la transizione proteica puntando sui due giganti dell’ospitalità asiatica. Il dibattito globale sulla sostenibilità…

Mentre gli Stati Uniti frenano sulla transizione ecologica a tavola, invertendo la rotta e promuovendo la carne, l’Asia accelera la transizione proteica puntando sui due giganti dell’ospitalità asiatica.
Il dibattito globale sulla sostenibilità alimentare vive oggi un forte paradosso geopolitico. Negli Stati Uniti, le contestate linee guida dietetiche del governo Trump promuovono un massiccio ritorno al consumo di proteine animali e carne rossa, una scelta criticata dagli scienziati per il pesante impatto ambientale e sulle emissioni.
Sul fronte opposto, il futuro della transizione alimentare guarda con decisione verso l’Oriente.
Ne è convinta Lever Foundation, organizzazione no-profit leader nei mercati plant-based, che ha annunciato un piano strategico mirato a hotel, ristoranti e retail in India e Thailandia. L’obiettivo è chiaro: istituzionalizzare ed espandere il consumo di proteine vegetali in due dei mercati culinari più influenti del continente.
Non si tratta di imporre nuove abitudini, ma di intercettare un trend già esistente. Sebbene la cucina vegetale sia radicata nelle culture locali, il boom economico di queste nazioni sta portando ad un rischioso aumento del consumo di carne e latticini. Un’inerzia che peserebbe gravemente su salute pubblica, sicurezza alimentare e clima.
“Il nostro lavoro non introduce un nuovo modo di mangiare, ma aiuta le istituzioni a formalizzare e ampliare qualcosa che è già culturalmente presente”, spiegano i responsabili delle relazioni aziendali della fondazione.
INDIA: BILANCIARE IL BOOM DELLE PROTEINE NEL PAESE PIÙ POPOLOSO DEL MONDO
L’India vanta già una delle più grandi popolazioni al mondo orientate al consumo regolare di pasti green, grazie a profonde tradizioni culturali e religiose ed il mercato è più aperto a pasti plant-based rispetto a molti altri paesi.
Oggi, il settore alberghiero indiano è tra quelli a più rapida crescita nel continente, ma il consumo interno di proteine animali è in aumento.
Eppure, i dati parlano chiaro: il 37% dei cittadini indiani desidera incrementare l’apporto di proteine vegetali, una percentuale superiore a chi cerca un aumento di proteine animali.
La vera sfida del mercato indiano è quindi di tipo proporzionale. Secondo il Rapporto sulla trasparenza climatica, l’agricoltura è responsabile del 15% delle emissioni di gas serra del Paese, e ben due terzi (66%) di queste provengono dalla zootecnia. Inoltre, il settore agricolo genera il 75% delle emissioni di metano.
L’obiettivo di Lever Foundation India è affiancare le aziende per far sì che la crescente domanda proteica si orienti verso il vegetale, impedendo alle proteine animali di monopolizzare il mercato.
Intervenire oggi con sistemi alimentari più sostenibili significa guidare lo sviluppo e apportare benefici alla salute pubblica, alla sicurezza alimentare, al benessere animale e alla sostenibilità ambientale, prima che i modelli ad alto consumo di carne si consolidino ulteriormente.
THAILANDIA: L’EFFETTO DOMINONEL SUD-EST ASIATICO
Forte dei suoi milioni di turisti internazionali, la Thailandia rappresenta l’incubatore ideale per questo programma. Negli ultimi anni la zootecnia thailandese ha raggiunto un impatto di 39 milioni di tonnellate di CO2 all’anno (destinate ad aumentare di altri 5 milioni entro il 2050), ma i consumatori stanno cambiando rotta.
Un sondaggio del 2024 rivela che due terzi dei consumatori thailandesi intendono ridurre o azzerare il consumo di carne: il 44% vuole sostituirla con proteine vegetali tradizionali e il 39% con alternative innovative.
Tuttavia, il plant-based viene ancora percepito come una scelta di nicchia. Lever Foundation punta a scardinare questo pregiudizio, supportando le aziende a rendere i piatti vegetali più visibili, accessibili e attraenti per il consumatore medio, puntando su tre driver fondamentali: gusto, praticità e convenienza.
Grazie al dinamismo della ristorazione locale, i progressi compiuti in Thailandia avranno un inevitabile effetto domino su tutto il Sud-Est asiatico.
OLTRE IL MENÙ: UNA STRATEGIA AZIENDALE E ISTITUZIONALE
La strategia della fondazione non si limita ad “aggiungere un piatto vegano” in fondo alla lista, ma mira a una vera e propria diversificazione delle proteine nelle catene di approvvigionamento di ristoranti, hotel e rivenditori.
Un approccio strutturale che crea valore a lungo termine per le imprese, rispondendo alla domanda di cibo sano e sostenibile.
Il piano per il primo anno prevede la sigla di accordi vincolanti con i grandi gruppi alberghieri internazionali.
Infine, un ruolo cruciale sarà giocato dai governi asiatici, sempre più attenti alla sicurezza alimentare.
Attraverso politiche mirate, investimenti in R&S, un quadro normativo favorevole per le proteine alternative e l’introduzione di pasti green negli appalti pubblici (come scuole, ospedali e altre istituzioni pubbliche), le istituzioni locali potranno quindi accelerare la transizione.
Parallelamente, iniziative educative mirate ad accrescere la consapevolezza sui benefici ambientali e salutari del cibo vegetale guideranno i consumatori verso decisioni più informate e responsabili.
IL CASO STATI UNITI: Il passo indietro di Washington e l’allarme degli scienziati
Mentre l’Asia sperimenta nuove vie di transizione, le recenti Linee Guida Dietetiche americane (DGAs) varate dal governo Trump hanno sollevato dure polemiche nel mondo scientifico.
I NUMERI DEL DILEMMA AMERICANO:
+33% di emissioni: l’aumento dei gas serra stimato se i consumatori americani seguiranno le nuove linee guida che spingono sulle proteine animali.
La piramide invertita: il nuovo modello raccomanda un forte incremento dell’apporto proteico giornaliero (fino a 1,2-1,6g per kg di peso), rimettendo al centro carne rossa, latte intero e burro.
Il footprint dei cibi ultra-processati (UPF): oggi costituiscono il 46% dell’impronta di gas serra dei consumatori USA. Due terzi di queste emissioni derivano proprio dagli ingredienti di origine animale contenuti in essi.
L’alternativa green: secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, sostituire i cibi ultra-processati con alimenti integrali a base vegetale abbatterebbe drasticamente l’impatto ambientale, migliorando al contempo la salute pubblica.
La dura reazione della comunità scientifica (tra cui l’American Heart Association) accusa le nuove linee guida di “totale disinteresse per la salute pubblica e planetaria”, evidenziando come la commissione governativa fosse composta da membri ampiamente finanziati dall’industria zootecnica.
[Questo articolo è tratto dal numero di settembre-ottobre 2026 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]
di Silvia Bianco
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