Vinaria · 01 settembre 2026
La crisi del vino è una sfida all’Occidente
Con «Cambi di gusto» Carlo Cambi inaugura la sua rubrica: la crisi del vino non si risolve dealcolando o inseguendo i reel, ma con una battaglia culturale in difesa delle nostre radici.

Carissime lettrici, carissimi lettori voi che siete i custodi della sapienza de La Madia avrete, mi auguro, la bontà d’animo di accogliere queste mie considerazioni come s’addice appunto a quel recetto di antichissima sapienza alimentare, quasi forziere vitale, che custodiva il nutrimento (la farina) e il fermento (il lievito) per farne pane da compartire.
Comincia con queste considerazioni la mia frequentazione delle pagine che con estrema gentilezza d’animo la direttrice Elsa Mazzolini, una collega che stimo da tantissimi anni per la competenza, per il coraggio e la fermezza con cui ha difeso il suo eccelso progetto editoriale, per la meritevole fatica che le ha imposto la sua militanza sulla frontiera del buono vero, del buono colto, del buono intelligente, mi consente di imbrattare con le mie intemerate. Mi assegnò - immeritatamente e fanno dieci anni esatti da allora il premio nazionale Festival della Cucina Italiana.
Mi ripromisi che prima o poi le nostre strade professionali si sarebbero incontrate. Era inevitabile dacché entrambi militiamo nella squadra dell’onestà intellettuale applicata alla testimonianza dell’enogastronomia. Di cui difendiamo prima di tutto il valore culturale.
Comincia adesso questa mia frequentazione de La Madia in una raccolta di pensieri che abbiamo deciso d’intitolare Cambi di gusto, certo giocando sul mio casato, ma per dare altresì l’immediata idea che qui si affronteranno le inevitabili mutazioni della cucina, si sveleranno le mode surrettizie e le contraddizioni, si denunceranno, col dovuto garbo e il necessario rispetto di chiunque, eventuali deviazioni, si sottolineeranno, fidando anche di suscitarle, riflessioni. Partiamo dalla sindrome di Stoccolma che pare aver preso i nostri vignaioli e le nostre viticoltrici in questi ultimi tempi e che non consente loro, incombendo la vendemmia, di comprendere da cosa è realmente determinata la (presunta) crisi del vino.
Snocciolano, quasi a sgranare un triste rosario, i presunti esperti le cifre: abbiamo stoccati 65 milioni di ettolitri, quasi il 16 per cento di export in meno negli Usa, il consumo in Italia ormai è a livelli insostenibili. Il presidente dell’Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, ha fatto notare che si producono in media 44 milioni di ettolitri di vino e ormai il consumo è sceso sotto i 34 litri pro capite all’anno, dunque bisogna ridurre le produzioni.
Quando s’interrogano i produttori e i cosiddetti esperti sulle cause le risposte sembrano uscire da un seminario della Bocconi: stili di vita, lotta all’alcol, dazi.
E dunque le azioni sono: vini più leggeri e semplici, dealcolati come se non ci fosse un domani, estirpazione della vigna, linguaggio più diretto sui giovani.
Non si accorgono, a esempio, di cadere in una insanabile contraddizione quando affermano: racconto più semplice quasi da reel, vini fatti “come tu mi vuoi” su vigne di ridotte dimensioni e con rese più basse, però poi l’enoturismo ci salverà.
Sarei soddisfatto che mi si spiegasse per quale motivo si dovrebbero investire dei soldi per andare a fare l’esperienza di una gazzosa, consumata in un’aiuola con un tizio che mi rende instagrammabile la bottiglia.
E il paradosso è che coloro i quali oggi predicano linguaggio semplice, vini leggeri, immagine da TikTok sono gli stessi che anni fa plaudivano solo ai vini da profumeria o da falegnameria, che imponevano le fittezze da 9 mila ceppi per ettaro, che sotto i 14 gradi e due anni di barrique non è vino e lo storytelling è indispensabile.
È quella pletora di questuanti a cui le cantine hanno dato retta per decenni che pur di restare attaccati alla greppia sono disposti a dire - magari anche con delle forbite slide - tutto e il contrario di tutto.
Ma non sono come la vigna che viene accudita e coltivata, costoro sono incolti. Da qui la sindrome di Stoccolma: i vignaioli per risolvere la crisi s’affidano a coloro i quali la crisi l’hanno generata.
Nessuno pare rendersi conto che l’attacco al vino è funzionale alla distruzione della civiltà occidentale, è il tentativo che sta riuscendo di disseccare la nostra radice profonda per farci diventare sudditi di un’oligarchia tecnocratica che ci espropria del bene più prezioso: la capacità critica. E che nessuno se ne sia accorto è testimoniato dal fatto che le prefiche del vino sono diventate le adoratrici dell’intelligenza artificiale. Penso invece che proprio nell’idolatria dell’IA stia la ragione profonda della lotta al vino. E che dunque per contrastare la spinta distruttrice serva una lettura critica di ciò che avviene senza demonizzare lo strumento, ma badando bene a non innalzarlo a comandamento.
Il lievito di questa fermentazione di pensiero critico l’ho trovato nella prima enciclica che Papa Leone XIV ha promulgato. Ai paragrafi sette e otto Prevost mette in parallelo la torre di Babele e le mura di Gerusalemme che vengono ricostruite da Neemia. Di Babele scrive: “Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio”. Delle mura di Gerusalemme descrive: “Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani”. Attenzione: che mestiere fa Neemia il ricostruttore di Gerusalemme? È il coppiere del re Artaserse, è colui il quale sorveglia e distribuisce il vino, è colui il quale conserva lo spirito del vino. E cos’è per l’Occidente lo spirito del vino? È il tramite tra l’umano e il divino. Non è un caso che in nessuna religione vi sia una bevanda sacra se non nel cristianesimo che però mutua questo suo corredo emozionale dai presocratici. Non voglio farla lunga facendovi soffermare sui riti dionisiaci, su quell’essere il vino evocazione dell’antinomia per eccellenza tra ragione ed estasi. Che altro è se non il mistero dell’uomo che cerca come l’Ulisse (o meglio l’Odisseo) di Dante d’andare oltre il confine perché “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” la sacralità del vino? E perché mai Friedrich Wilhelm Nietzsche nel suo fondamentale “L’origine della tragedia greca” che trae ispirazione dalle Bacanti di Euripide mette in contrapposizione lo spirito apollineo (il razionale atarassico) con lo spirito dionisiaco che è irrazionalità, gioia, ma anche creatività? E ancora, rileggendo L’Abbandono di Martin Heidegger, quanto dovremmo riflettere sulla tirannia del pensiero calcolante (la tecnoscienza) che schiaccia e scaccia dall’umano il pensiero meditante e cioè quell’esplorare attraverso i sentimenti il proprio interiore evolversi in rapporto con il circostante?
Ci rendiamo conto che il vino è non una bevanda, ma l’essenza del nostro essere, del nostro incessante interrogarci sul chi sono, da dove vengo, verso dove tendo. Sono le domande a cui l’uomo ha cercato risposta con la filosofia, che racchiudono in sé la ragione della religione. Perché mai il primo miracolo del Cristo dovrebbe essere la trasformazione dell’acqua (la vita in sé, intesa come processo biologico) in vino (la vita colta come processo di conoscenza e nel caso di chi ha fede della trascendenza) se non perché il vino è l’evocazione del sacro?
Tutta la Bibbia è pervasa dal vino, tutta la filosofia occidentale si fonda sul vino, tutta la narrazione della nostra mediterranea identità sgorga dal vino (e non è un caso che anche grano e olio siano sotto attacco).
Non so se ricordate cosa Odisseo dice a Polifemo: “Su, bevi il vino, Ciclope, dopo aver mangiato la carne umana, perché tu sappia che bevanda è questa che la nostra nave serbava. Te l’avevo portato in offerta, semmai impietosito mi mandassi a casa. Ma tu sei insopportabilmente furioso. Sciagurato, chi altro dei molti uomini potrebbe venire in futuro da te? perché non agisci in modo giusto”. Quel vino è sì inganno (Odisseo spera di stordire il Ciclope) ma è anche patto.
E più interessante ancora è la risposta di Polifemo: “Dammene ancora, da bravo, e dimmi il tuo nome, ora subito, che ti do un dono ospitale di cui rallegrarti. Certo la terra che dona le biade produce ai Ciclopi vino di ottimi grappoli, e la pioggia di Zeus glielo fa crescere. Ma questo è una goccia di ambrosia e di nettare... Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale”. Pur nella bestiale crudeltà del suo essere mostro Polifemo non nega la xenia, la cerimonia che rende sacra l’ospitalità ai greci. E ciò avviene in forza del vino. Che è, in questo drammatico affresco omerico, tutto: genio, ebbrezza, spirito vitale, salvezza.
La crisi del vino dunque non nasce in sé, ma è strumentale.
Serve considerare che l’Ue - che ha rifiutato le proprie radici giudaico-cristiane non dandosi una Costituzione ed è perciò “assolutizzazione dell’’umano” - in un’apparente prevenzione anti-alcol poi finisce per declinarla come anti-vino e ben sarebbe da discutere se i beveroni energetici non abbiano sulla salute, soprattutto dei giovani, effetti più devastanti del vino che peraltro nelle dosi equilibrate è salutare come certifica una sconfinata letteratura medica.
Ma il vino ha un difetto per coloro i quali vogliono dominare l’umano rendendolo mera appendice della tecnoscienza: rende l’’uomo libero dal vincolo corporale (ecco la sua sacralità) e contemporaneamente gli acuisce il desiderio/bisogno di stare in sintonia con il più profondo sé costruendo al contempo la comunità.
Riflettiamo insieme su quelle parole che chissà quante volte avete udito: “E dopo la cena allo stesso modo prese il calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione e disse; prendete e bevetene tutti! Questo è il sangue offerto per voi e per tutti in sacrificio per la nuova ed eterna alleanza. Fate questo in memoria di me!”.
È chiarissimo che quella nuova ed eterna alleanza è il rinnovarsi oltre il paganesimo del legame uomo-Dio attraverso il vino, è commovente sentire che in quel calice c’è il sacrificio che genera la comunità solidale - le mura di Gerusalemme per l’appunto - è ineludibile quel “fate questo in memoria di me”. Ed è proprio quella memoria che si cerca di cancellare attaccando il vino.
Dunque la crisi del vino non si risolve dealcolando, facendo i reel, ingabbiandosi nel senso di colpa, cercando di compiacere la gente che piace.
La crisi del vino si risolve ingaggiando una battaglia culturale in difesa delle nostre radici.
È prima di tutto una sfida per affermare di nuovo che esiste una magnifica humanitas ben al di là delle fate morgane della tecnologia.
di Carlo Cambi
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