Vinaria · 03 novembre 2026
I bianchi italici da uve autoctone che sanno invecchiare

Se si va a leggere qualche manuale di degustazione un po’ datato o si è assistito – anche fino a pochi anni fa - a dei corsi, c’è da rabbrividire di fronte alla scarsa considerazione che veniva riservata ai vini bianchi, considerati esclusivamente nettari di pronta beva. Con dogmatica sicumera, si sentenziavano alcuni parametri che tutti i bianchi avrebbero dovuto rispettare. Regole assurde, che poi il legislatore avrebbe ottusamente recepito, almeno per un certo tempo, salvo quindi parzialmente ravvedersi, ma imbrigliando per anni i disciplinari di tante Doc, e costringendo non pochi tra i migliori produttori a fuoriuscire dal calderone delle Denominazioni di Origine, talvolta solo per polemica, ma talaltra anche per ragioni tecniche. In realtà l’Italia ha una straordinaria varietà di vini potenzialmente longevi e adatti a lunghi affinamenti in bottiglia.
Purtroppo sono spesso immessi sul mercato troppo presto.
I grandi vini bianchi raccontano di equilibri tra acidità, materia, energia, sapidità e sfaccettate identità varietali e territoriali. Vini che sanno trasformarsi nel tempo senza perdere la propria anima, anzi guadagnando complessità, profondità, finezza.
Vini che, se lasciati riposare, sanno regalare emozioni più intense rispetto a quelle offerte in gioventù.
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di Roger Sesto
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