Il focus di Alessandro Rossi · 24 luglio 2018

L’architettura del gusto: il palato al popolo

Nei regimi autoritari la dimostrazione della grandezza di chi comanda è una questione fondamentale e l’enogastronomia per certi versi è un regime a tutti gli effetti. Per questo vengono creati organi appositi che illustrano…

L’architettura del gusto: il palato al popolo

Nei regimi autoritari la dimostrazione della grandezza di chi comanda è una questione fondamentale e l’enogastronomia per certi versi è un regime a tutti gli effetti. Per questo vengono creati organi appositi che illustrano al mondo i successi del regime: libri, riviste e negli ultimi anni, soprattutto, la televisione.

Il gusto, il palato hanno senza dubbio un’architettura, un’impalcatura specifica adatta a sostenere un piccolo artigiano come un’industria alimentare, ma in entrambi i casi tutto deve essere a misura del popolo. Sempre.

Architettura è anche intesa come disciplina: deve promuovere uno stile nazionale, lo stile della nazione che abitiamo, la nostra Italia.

Dal punto di vista enogastronomico l’arte e l’architettura contemporanea altro non sono se non l’espressione di una sottocultura e quella italiana è di stampo popolare, fatta di tradizioni, povertà e necessità alimentare.

Il cibo e il vino erano e sono la base di questa subcultura sociologica e antropologica.

Mio nonno mangiava per avere le forze necessarie per lavorare la terra, per vivere, e beveva vino per sopperire alle mancanze alimentari. Nulla di più.

Le proporzioni monumentali solitamente dimostrano la grandezza di un impero, di un periodo storico e di una nazione. Se l’Italia potesse esprimere attraverso l’architettura, intesa come arte, il proprio patrimonio culturale enogastronomico, ecco, probabilmente sarebbe visionaria e imponente come il progetto sognato e mai realizzato da Albert Speer.

La nostra cucina, i nostri vini hanno un rapporto molto stretto con il vernacolare, con la terra e la tradizione, come le costruzioni autoctone rivestono un ruolo fondamentale, infatti hanno il compito di diffondere i valori della patria.

L’Italia è un paese diverso in tutto e per tutto partendo dalla geologia che è essenzialmente anti-urbana, per morfologia e per credo.

Contrapporre i sani valori del vivere nelle campagne al caos delle metropoli crea spesso solo alienazione e sgomento, per questo la nostra è una nazione costruita con un linguaggio rurale.

Abbiamo imparato l’amore per la patria e per la storia che governa gli eventi, anche sotto il profilo enogastronomico. Amiamo i nostri vini e la nostra cucina a dismisura anche quando pecchiamo di presunzione.

Siamo un popolo ancora giovane in tutto e per tutto, non possiamo copiare quello che non siamo in grado di riprodurre, dobbiamo sfruttare quello che Dio ci ha concesso: materie prime, intuizione, ma soprattutto fantasia.

Siamo tra i popoli più fantasiosi e abbiamo l’obbligo di continuare. Bocuse ha detto: l’Italia spazzerà via la Francia quando capirà l’importanza delle materie prime che ha a disposizione.

Enogastronomicamente siamo il più grande museo a cielo aperto, cristallizzato, dove il successo si esprime tramite ampi viali, piastrellati da materie prime e visioni intellettuali.

L’enogastonomia in Italia fu fortunata, non infallibile.

Ma se la teoria dovesse risultare vera, bisognerebbe incolpare qualcuno? A quale scopo?

Credo sia molto più importante chiedersi quale è la responsabilità strutturale dei nostri successi o dei nostri insuccessi.

Questo è un segmento basata solo sulla competizione e l’individualismo dove conta solamente chi è più forte? Chi ha di più? Chi si vende meglio e solo chi arriva primo vince? Dunque, per forza qualcuno deve perdere? L’Italia non è questo, l’Italia è squadra, è amore per un obiettivo comune perché parliamo di eccellenza. Sempre più cuochi si spingeranno ad assumersi rischi maggiori e questo può portare a disastri di varie proporzioni perché l’individualismo non porta a niente.

Esistono altre situazioni in cui si richiede prudenza, ma chi decide quando il rischio è accettabile? E come?

Simili decisioni spettano alla collettività, alla nazione, al popolo.

Credo poi che la storia possa sviluppare l’elemento fondamentale di questa scienza, il proprio senso critico, perché l’enogastronomia in fondo è una scienza interdisciplinare.

E poi scienza non vuol dire per forza verità, certezze, ma scienza significa soprattutto riconoscere i limiti della nostra conoscenza.

Ma secondo voi esiste una scienza nell’enogastronomia?

Io non posso che rispondervi in modo estremamente scientifico: non si sa.

di Alessandro Rossi

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