Travelfood · 30 aprile 2015
Trieste
La sua grande storia, la sua grande gastronomia Trieste è diversa dalle altre città. E’ differente l’approccio. Il modo di entrarci dentro. Una progressione lenta, in punta di piedi, con lo stupore che…

La sua grande storia, la sua grande gastronomia
Trieste è diversa dalle altre città. E’ differente l’approccio. Il modo di entrarci dentro. Una progressione lenta, in punta di piedi, con lo stupore che rivela ad ogni angolo l’antica superba centralità. Con i palazzi, ognuno con uno stile proprio, che incutono meraviglia. E le chiese di sette riti diversi, inappellabili bagliori di una religiosità che tiene insieme i serbi, gli ortodossi, i greci, i croati, gli anglicani, gli ebrei, i cattolici. Caselle di un intrigante percorso dello spirito; seduzioni d’oriente in bilico fra l’ Adriatico e il Danubio. Trieste è la promessa di universi lontani che ruotano attorno ad un punto acceso sul mare. Contaminazioni inaspettate. Lampi che si perdono nella storia, ma che non hanno mai smesso di illuminare le pietre. La grandeur imperiale mischiata alla ricostruzione di un presente che è testimonianza viva di un passato che è lì a raccontarsi orgoglioso fra i bar viennesi, la gastronomia serba, le pasticcerie ungheresi, i piatti balcanici, croati. Come se il tempo immobile avesse affidato al gusto e al dehors della città il compito di svelare, nascondendo qua e là i suoi più profondi segreti, l’ostinata prevalenza dei sapori. Che vanno cercati, raggiunti, interpretati, inseriti nel contesto che li anima, che li ha resi immortali. Una geografia apparentata da origini comuni che sono sentimenti, ma anche ricette, tavole imbandite, accoglienza, codici. Rintracciare le radici diventa così un gioco da ragazzi: serba e ungherese la cucina di terra, istriana e dalmata quella di mare. La storia che, come una distrazione, affida al gusto la missione di prendersi cura delle piaghe ancora infette di una lunga teoria di confini irrisolti e di atavici irredentismi. La grande storia e la grande gastronomia, un binomio assoluto costruito giorno dopo giorno col sudore orgoglioso di chi sa di appartenere ad una civiltà unica; un desiderio mai sopito di identità che è duro come le rocce che accelerano il paesaggio in contorti declivi che si placano verso silenziosi fiumi o mari irrequieti.
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