La cultura del benessere · 01 novembre 2026

Quando la magrezza diventa un messaggio

La responsabilità di chi ha un pubblico

Quando la magrezza diventa un messaggio

Poche settimane fa ha fatto scalpore qualche dichiarazione, via social, con tanto di foto, di un personaggio dello spettacolo seguito soprattutto dai giovani, che si è fatto fotografare con jeans taglia “S” da donna (lui è un uomo), vantandosi della linea e dichiarando che bisogna semplicemente eliminare i carboidrati per stare bene...
Non si rende conto, purtroppo, che celebrare corpi sempre più snelli e presentare i carboidrati come nemici può trasformare una scelta personale in un modello alimentare rischioso, soprattutto per i più giovani.
Una fotografia, un’intervista, un breve video: a volte bastano poche parole per far passare un messaggio potente. «Ho eliminato i carboidrati», «Il segreto è mangiare pochissimo», «Per essere in forma bisogna rinunciare». 
Quando queste affermazioni arrivano da una persona dello spettacolo, la visibilità può conferire loro un’autorevolezza che non deriva da competenze nutrizionali.
Il pubblico vede il risultato estetico e ascolta una spiegazione apparentemente semplice.
Ma una testimonianza personale non dimostra che un comportamento sia salutare, né che sia adatto a chi lo imita.


Il problema nasce quando la magrezza viene presentata come prova di salute, successo e forza di volontà. 
In questo racconto, perdere peso diventa sempre un merito e mangiare diventa qualcosa da controllare, giustificare o compensare.
Per chi guarda, soprattutto durante l’adolescenza, il messaggio può diventare: «Se voglio essere apprezzato, devo avere quel corpo e mangiare in quel modo».
Il rapporto del Surgeon General statunitense sui social media e la salute mentale dei giovani richiama i rischi per l’immagine corporea e riporta che il 46% degli adolescenti tra 13 e 17 anni intervistati dichiarava che i social li facevano sentire peggio rispetto al proprio corpo. 
Questo dato descrive un’esperienza riferita dai ragazzi; non dimostra, ovviamente, che ogni contenuto provochi un disturbo alimentare. 


Certamente, messaggi di questo tipo si inculcano nelle menti dei ragazzi che iniziano prima a pensare di essere inadeguati con il proprio corpo, poi passano al tentativo di emulazione e, successivamente, non riescono a tenere un certo regime privativo, entrando in un circolo vizioso di inadeguatezza-tentativi-insuccessi-aumento dell'inadeguatezza.
Per carità, i disturbi alimentari hanno origini complesse, nelle quali interagiscono fattori genetici, biologici, psicologici, comportamentali e sociali. Attribuirli a una celebrità o a una singola frase sarebbe scorretto. 
Proprio questa complessità, però, rende necessario evitare messaggi che possano rafforzare vulnerabilità già presenti.
Oltre alla “taglia” da raggiungere, l’altro aspetto importante è una delle semplificazioni più diffuse che consiste nel trattare tutti i carboidrati come se fossero la stessa cosa. 
Nella medesima categoria vengono così collocati bevande zuccherate, dolci, pane, pasta, cereali integrali, frutta e legumi, ignorando differenze decisive nella composizione e nel valore nutrizionale.


Le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità danno rilievo alla qualità delle fonti di carboidrati e raccomandano di privilegiarne l’apporto attraverso cereali integrali, verdura, frutta e legumi. Demonizzare l’intera categoria contraddice questa impostazione.
Dire “i carboidrati fanno male e vanno eliminati” non è dunque un consiglio nutrizionale adeguato. 
La valutazione di un’alimentazione richiede di considerare quantità, qualità, equilibrio complessivo e necessità della persona. 
Anche quando una riduzione dei carboidrati trova un impiego clinico, non diventa per questo una prescrizione universale da diffondere attraverso uno slogan.

Definire un alimento “proibito” e descrivere il mangiarlo come una debolezza introduce un giudizio morale nel rapporto con il cibo. 
Si arriva, quindi, all’assurdo che un piatto di pasta può diventare motivo di vergogna; rinunciare a un pasto può essere raccontato come una dimostrazione di disciplina.
È questo il modello culturale da mettere in discussione. 
Una comunicazione utile dovrebbe aiutare a comprendere come comporre un’alimentazione adeguata, senza trasformare ogni scelta in una prova del proprio valore personale.
Anche l’espressione “sgarro”, quando viene usata continuamente, merita attenzione: suggerisce che mangiare sia un sistema di regole da infrangere e colpe da espiare.
Chi ha un pubblico, ovviamente, può raccontare la propria esperienza, ma dovrebbe chiarire che un’esperienza individuale non equivale a una raccomandazione sanitaria. 
Giornalisti, programmi televisivi e piattaforme hanno a loro volta una responsabilità enorme quando rilanciano dichiarazioni alimentari senza verificarle.
Servono meno titoli che celebrano dimagrimenti e rinunce e più spazio per informazioni corrette, competenze riconoscibili e rappresentazioni diverse dei corpi.


La salute non può essere certificata da una fotografia e da una taglia di pantaloni, e la popolarità non rende attendibile una dieta. Il messaggio da promuovere è che prendersi cura di sé significa nutrirsi in modo adeguato, rispettare le proprie necessità e chiedere aiuto quando il rapporto con il cibo diventa fonte di paura o di sofferenza.   




  
[Questo articolo è tratto dal numero di novembre-dicembre 2026 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]
       




di Primo Vercilli

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