Editoriali · 01 novembre 2026

I falsari della comunicazione food

Ormai si riconoscono abbastanza facilmente i falsari del web: cuochi che non hanno mai preso in mano una penna e ora pontificano sui social con uno stile linguistico da filosofo e argomenti...

I falsari della comunicazione food

Ormai si riconoscono abbastanza facilmente i falsari del web: cuochi che non hanno mai preso in mano una penna e ora pontificano sui social con uno stile linguistico da filosofo e argomenti economicamente acchiappa like; uffici stampa con trenta clienti che sembrano avere tutti lo stesso carattere, tanto sono descritti con la stessa astratta monografia in comunicati impostati con la stessa immancabile progressione: apertura evocativa («ci sono luoghi autentici, dove il tempo sembra rallentare,  sostenibili e profondamente legati al territorio», «ci sono piatti che raccontano una storia»; «Ci sono momenti che meritano di essere ricordati.» ...) seguita da spiegazione («esperienza che va oltre il semplice pasto»;
«più che un ristorante, un tempio del gusto»), immancabilmente con l’utilizzo di tre elementi in successione («tradizione, ricerca e passione»; «territorio, memoria e creatività»; «qualità, autenticità e innovazione»; con frase conclusiva a banale effetto «perchè la  realizzazione di un piatto comincia molto prima del momento in cui arriva in tavola») e altre ovvietà sciorinando... Costruzioni sempre uguali, aggettivi intercambiabili, frasi formalmente impeccabili e una preoccupante percepibile scarsità di fatti e di vissuto reale, per clienti che evidentemente non si rendono conto che la loro comunicazione è entrata a far parte della più bieca omologazione.
Sul fronte giornalisti “specializzati”, invece, tutto “incontra” qualcos’altro: «La tradizione incontra l’innovazione.»
«Il mare incontra la terra.» «L’eleganza incontra la semplicità.» «Il gusto incontra la creatività.». E intanto il piatto “racconta” il territorio, la sala vanta una “attenzione ai dettagli”, la cucina è “un viaggio nella memoria”. Le materie prime, ovviamente di assoluta qualità, diventano “protagoniste”, e naturalmente tutto è autentico, identitario, emozionale, contemporaneo. Per non parlare di ciò che dialoga con qualcos’altro in un cicaleccio estenuante: il vino dialoga col territorio, il piatto dialoga con la tradizione, fino ad arrivare “alla creazione che dialoga tra memoria,
profondità (?) e contemporaneità”. Siccome, poi, pochissimi giornalisti sanno entrare veramente nel merito della comprensione di un piatto e della sua sostanza, ogni cosa è positiva nello stesso identico modo, ossia croccante, avvolgente, intensa, delicata, elegante, sorprendente, equilibrata, come in un catalogo da grande magazzino. Ma che pena!
Sono stanca e disgustata da quella puzza di ChatGPT che avverto su ogni cavolo di standardizzato testo che mi arriva, anche se il problema, sia chiaro, non è Chat che tutti utilizziamo e che può essere uno strumento e un aiuto straordinario. Il problema è quando si vede che dietro ciò che leggo non c’è più nessuno, che a scrivere c’è un falsario che sa di gabbare i propri clienti o la fiducia di lettori poco smaliziati, qualcuno che utilizza AI non come strumento di editing, ma per farle fare il lavoro al proprio posto.
Uno che, insomma, non sa distinguere ciò che conta da ciò che semplicemente suona bene: gli basta la risibile soddisfazione di guadagnare con meno fatica e spesso divulgare testi che da solo non saprebbe nemmeno scrivere! Insomma, usa uno strumento potentissimo che potrebbe permettergli di lavorare meglio e lo sta utilizzando per farlo diventare solo più banale.
Ho sempre detto che magari non so scrivere, ma di sicuro so leggere, pertanto non posso unirmi al coro di coloro che plaudono convinti che certi testi siano frutto di intelligenza reale. Voglio quindi ancora arrogarmi il diritto di pensare che una mia frase sia brutta, di cancellarla, di ricominciare da capo e di scriverne una che ChatGPT, da solo, non avrebbe mai potuto inventare.   



[Questo editoriale è tratto dal numero di novembre-dicembre 2026 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]

       



di Elsa Mazzolini

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